L’istinto è l’animale che dalla gabbia si libera disintegrando qualsiasi tipo di ostacolo.
L’istinto morde, si nutre, graffia, uccide se necessario.
L’istinto annulla la ragione deridendola.
E’ il volo libero della verità, dell’essere se stessi.
L’istinto sono io.

Pensieri Bulimici.

Ho un vuoto d’aria tra lo stomaco e la pancia, un vuoto pieno, un vuoto che di sensi sembra averne davvero troppi. 
Nell’incavo del collo sento ristagnare il profumo di legno di sandalo dei tuoi capelli, rimbomba nella testa il suono di ogni tuo sospiro rubato alla notte.
Chiavi di violino, ad aprire la melodia scritta di ogni imprudente pensiero che t’ho rivolto, avvolta da fantasmi e passato chiudo le spalle facendone una curva su cui schiantarti nel caso tu tornassi.

Un mare in tempesta che trascina cadaveri di passato,
una tempesta che non cessa d’esistere, non si placa e non si domina.
L’uragano che distrugge, fa morti, macerie, rasenta la razionalità e la ragione lasciando il caos come dimora della follia.
Un’abitudine la mia, quella di rassegnarmi alla confusione.
Tenendola stretta per mano, in un abbraccio soffocante la imprigiono.
Mi frantumo nella stratosfera.
Sono polvere.
Una piacevole abitudine la mia.
Incatenarmi al dolore e prendere fuoco per sentire la vita che brucia nella testa.
Esplosioni, implosioni.
Vivere così.

Ci siamo dati morsi, ci siamo feriti poi uccisi.
Ci siamo martoriati, abbiamo giocato con i brandelli d’anima che avevamo mescolato quasi per gioco, per vedere la reazione chimica di una cosa che chiamavamo amore.
Ci siamo abbandonati, abbiamo lasciato al vento i pensieri e regalato le mani al destino che beffardo ci ha ricambiati con strade sconosciute e diverse.
Ci siamo odiati.
Ho pianto, hai urlato.
Avevamo solo bisogno di tempo e forse di un addio detto sottovoce.

Bisognerebbe saperlo che nel dolore lasciamo pezzi di noi, calcinacci, macerie e certezze.
Tante. 
Bisognerebbe raccogliersi poi, ma quello fa più male di tutto.
Ché troviamo avanzi che c’appartengono ma che non c’entrano più con noi, non s’incastrano da nessuna parte.
Allora buttiamoli via.
Restiamo, poi, vivi a metà.

Toccata e fuga, sì.
Ma con il fuoco è bastato un attimo.
Sono carta straccia andata in fiamme, bruciando mi hai marchiata con la tua scura impronta, 
maledettamente tua.
Cenere.

Dovrei scriverti sottopelle, in quella parte fasciata da muscoli e nervi, vene e vasi sanguigni, tra la struttura ossea e l’anima.
Dovrei scriverti addosso poesie ma poi dovrei provare a descriverti l’odore della tua pelle quando si mescola distrattamente alla mia, e tutti i respiri che ci spezziamo, che ci derubiamo come due ladri novelli, affamati l’uno dell’altro: difficile direi.
Vorrei davvero saperti scrivere dentro, indelebilmente marchiarti con lo stampo delle mie iridi, lasciarti le impronte delle dita sotto la pelle.
Vorrei che le parole d’amore che ho si fondessero con te, e che come un virus si espandessero fino ad infettarti il cervello, rendendomi pensiero fisso, malattia e cura.
Vorrei davvero saperlo fare, ma ho solo una penna e la tua schiena a farmi da pergamena.
"I found you, finally."
Il resto verrà da sé…

-Questa è l’ultima, dobbiamo smetterla!-
Ce lo ripetiamo di continuo, ma come ogni maledettissima volta siamo qui, in questa stanza buia, che s’affaccia sul gelido Tevere, a scambiarci insulti e baci, brividi e gocce di pianto.
Sono fragile.
Non ti piace questo lato di me, ma ti attrae la possibilità di padroneggiare.
Tu sei così maledettamente sincero quando mi dici che non può funzionare, che siamo due poli magnetici con la stessa struttura.
Noi non ci attiriamo se non per un’ora o poco più.
-Resterai qui stanotte?-
Me lo chiedo abbassando lo sguardo, ferma all’angolo, come un castigo che mi impongo e che ti piace.

-Lo so, so bene che siamo destinati ad intraprendere altre strade, altre vite, stringere altre mani, perderci in altri occhi.
Stanotte resta con me, non mi importa dei graffi, dei lividi che ci faremo.
Le tue cicatrici le porto sanguinanti nel petto.
Non mi importa, amami ancora.
Solo per questa notte.-
Non ci sono più lacrime da versare adesso, i coltelli li abbiamo abbandonati sul tappeto accanto ai vestiti ed alle parole non dette.
Il Tevere si illumina di occhi, di passi distratti mentre noi ci amiamo ancora.
Un’ultima volta.
Un’ultima notte.

Ma non mi importa.

Lei distrutta da mani violente, indelicate. Castello crollato, incenerito da fiamme nere come la pece, inchiostro sciolto di un libro che si faceva fatica a leggere.
Lui impaurito da cani randagi, famelici denti affilati. Guerriero di un mondo fatto di carta velina macchiata di crudeltà.
Insieme sono un delirio di pensieri che scalciano, si urtano, precipitano ed arrivano in gola senza fare rumore ma bruciano come l’inferno che hanno al posto dell’anima.
Sgraziato il movimento delle mani sui fianchi abbandonati a cure distratte. Si è così vicini a volte da riuscire a scambiarsi anche i graffi che si hanno sulla pelle.
Ci si infetta.
Ci si ammala.
Ci si cura, assuefacendosi, non riuscendo a farne più a meno.
Urla disumane, sospiri succinti, respiri irregolari negli istinti primitivi, lì tra le parentesi curve delle cosce, proprio lì dove la sentenza di una fame grezza li marchia come colpevoli.
Il Danubio distratto ora osserva sornione le mani di due mondi che si costruiscono insieme pezzo dopo pezzo, cinte murarie fatte di labbra incollate, corpi che hanno perso mille battaglie ma che hanno vinto concedendosi un’ultima volta.

"Ohne dich ist das Leben eine Hölle",
lei sorride con uno di quei sorrisi timidi che profumano di felicità, lui la stringe ancora un po’ assaporando l’incastro perfetto di loro profili.

Quando vivi l’Inferno, anche il Purgatorio ti sembra un bel posto, ma se arrivi al Paradiso ti ci aggrappi con le unghie.
La risalita è dura, ma insieme possono farcela.

N.B.: “Ohne dich ist das Leben eine Hölle” significa “senza te è (come) vivere in un inferno”.

Accarezzarti il petto, piano, con dolcezza infinita, fino al punto di bloccarti i respiri, fermarmi i battiti. 
Fermarmi al centro dove il suono di un’emozione è così forte da far tremare le dita. 
Hai le mani calde, umide, e profumano di proibito. 
Hai le mani sulla schiena, tra le costole, su un petto che s’affanna e che reclama attenzione dai tuoi denti. 
Hai le cosce che sbattono contro i muri che mi sono creata, muri di cartapesta. 
Ché ad abbatterli è un attimo. 
Rendimi libera ma tienimi stretta in quella morsa calda, piacevole. 
Immergiamoci nei nostri nei, scambiamoci gli umori, lecchiamoci le frasi. 
Un bacio a fior di labbra, un tocco leggero come ali di falene intrappolate nel cristallo dei tuoi occhi ora lucidi. 
Quale tempo imperfetto ha trafitto coi suoi dardi questo profondo oceano? 
Dove sono nascosti i bagliori dell’alba? 
Mostrami la parte più nascosta che hai, ché stanotte non ho paura, ché se siamo in due ci si può curare il male.

 

Sull’orlo di una crisi di nervi, in punta di piedi, cercando di non inciampare.
Un passo, un altro ancora.
Goffamente mi pesto i piedi da sola mentre sorrido sarcastica.
Il battito accelera.
Adrenalina che si mescola al sangue.
Paura di cadere, di perdermi senza riuscire più a ritrovare il filo logoco di una strana mente come la mia.
Sull’orlo di una crisi di nervi.
L’abisso sarà mio.

 

Sai, volevo dirti che forse non è poi così sbagliata questa scena tragicomica di noi due.
Riflessi che si sfuggono, non s’appartengono ma si rincorrono in uno sfrenato nascondino di malizia che profuma di rugiada, come in quelle mattine primaverili dove sembra che tutto abbia un altro colore.
Allora ci sentiamo salvi.
Salvi da noi stessi, da quella morte che c’avvolge nell’istante in cui ci fermiamo.
Ci impregniamo di attimi, bagnandoci fino al midollo di evasivi sguardi, con lo stomaco in subbuglio, le mani che tremano allo sfiorarsi.
Ché siamo fragili e cadiamo in pezzi se ci tocchiamo troppo a fondo.
Ma siamo metafore, trascendiamo il fisico catapultandoci in un etereo ed immorale piacere carnale dei sensi.
Siamo libidine scambiandoci respiri e labili menti, pensieri e carezze immateriali.
Siamo un vuoto che si riempie d’aria.
Siamo l’aria che ci regaliamo a piccole dosi.
Così.
Per sopravvivere.

La notte è un macigno.
Il giorno arriva violento, pronto a spezzarti le ossa.
Ché la notte è fatta per i desideri, quelli segreti, nascosti, chiusi nel più totale blackout della mente.
Il giorno ci fa consapevoli che siamo delle fottute pedine in un gioco di cui non abbiamo ancora compreso la schema.
E siamo pigri, svogliati, immersi fino al collo di cose da fare e allora i desideri li sommergiamo di impegni, li affoghiamo, quando l’unica cosa che vorremmo fare è scappare e vivere.
Ché sentirsi vivi è raro quando il giorno arriva con tutto il suo da fare, con tutta la sua gente tutta uguale, arriva e ci strappa ogni voglia.
Quello che ci resta è intrappolarci in un torpore momentaneo ad aspettare un’altra notte, un altro sogno, un’altra vita.

E’ l’oscurità a soddisfare i bisogni.
La notte guida i sensi, ci appaga, ci trasforma.
Assetati, affamati.
Continua ricerca di sintonie, sinfonie da suonare in camere piene della nostra pelle nuda.
Tocco infernale.
Carnale l’essenza.
Effimeri orgasmi, ricercata punizione.
Esasperanti attese che s’infiammano allo sfiorarsi.
Rintocchi di luna, il sole sa tardare la sua rinascita.
Ché di notti e d’albe sono fatti gli sfrenati deliri.
Pathos tra seta e pizzo, labbra ed umori.

+